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Le Nuove Leggende Napulitane: al Teatro Tram una riflessione sull’essenza identitaria di un popolo, tra musica e parole

Lo spettacolo Le Nuove Leggende Napulitane è tornato in scena al Teatro Tram dallo scorso 26 dicembre fino a stasera sabato 30 dicembre, nell’ambito della rassegna Natale alla Porta, promossa dal Comune di Napoli.

I testi sono di Diego Sommaripa, Angela Rosa D’auria, Emanuele Scherillo, Gennaro Esposito, Emanuele Iovino, Vittorio Passaro. Si tratta di varie anime in dialogo, ognuna con la sua cifra stilistica caratterizzante.

Il compito di dare corpo ai personaggi è affidato a Vittorio Passaro, Emanuele Iovino, Diego Sommaripa, Vincenzo Lettieri e a Federica Ottombrino, autrice, tra l’altro, assieme a Marilena Vitale, anche del brano le cui note aleggiano alla fine dello spettacolo: O’ mele, tratto dal lavoro discografico Mandorle.

E’ importante affidarsi all’occhio del regista – evidenzia Federica, che rappresenta la musa ispiratrice e l’elemento magico della narrazione e che è autrice, assieme a Diego, di una ricerca musicale e cronologica che parte dal 1200 -. Credere che quello sia il posto e il ruolo giusto per te e non sentirti ridicola. I tempi sono completamente diversi da quelli di un concerto. Lì io sono in completo ascolto dei miei moti interiori e di quelli del pubblico. Posso parlare o decidere di tacere e concentrarmi solo sulla musica. O ancora improvvisare e cambiare improvvisamente rotta. In un testo teatrale devi seguire dei binari già tracciati. Ma guai a farlo in maniera ripetitiva. Ci vuole estrema sincerità e la capacità di immergersi in un mondo come se fosse sempre la prima volta. La magia più grande del teatro nasce dal fare squadra. Ognuno ha il proprio ruolo ma non sussiste divisione con quelli altrui. Questo crea un tutt’uno profondamente armonioso. Un modus operandi che dovremmo mutuare anche nella nostra vita quotidiana“.

Lo spettacolo tesse un filo di continuità con l’edizione precedente, come aveva annunciato l’autore e attore Diego Sommaripa, evidenziando come la sua struttura si prestasse a consentire l’innesto e il racconto di nuove storie.

La cornice narrativa è rappresentata sempre dalla bottega artigiana – spiega – e la continuità è data dall’elemento del bambino che torna ancora per farsi aggiustare il visore, ma questa volta ci conosce, sa che siamo autori e attori, e ci chiede di scrivere una poesia per Laura, la bambina amata. Purtroppo il mio personaggio, Aniello, è in piena crisi esistenziale e quindi ha perso l’ispirazione. Sarà Saverio, il clown buono, a risolvere la situazione, donandogli proprio un libro di storie“.

Quindi le orecchie e i cuori degli astanti incontrano la storia del fiume Sebeto e del suo amore per Leucopetra, osteggiato dal burbero pescatore Nettuno.

La leggenda del Munaciello torna in una versione rivista e corretta, dando voce alle mille contraddizioni di una Napoli divisa tra un passato aulico, un presente incerto e i mille problemi quotidiani, tra luci e ombre che si alternano e si intrecciano inesorabilmente e indissolubilmente.

In quest’edizione fanno il loro ingresso anche il principe di Sansevero con le sue alchimie – assieme al suo inserviente Pulcinella, e allo scultore Sanmartino, roso dai suoi tormenti, che darà vita al bellissimo e plastico Cristo velato.

E poi ci sono loro, le figure femminili, tanto care al popolo partenopeo, come per esempio la Bella ‘mbriana, che si muovono tra presenza adiutrice e una dolorosa assenza, carica di rimpianto e di malinconia.

La rappresentazione mescola diversi generi: dal teatro delle marionette – cui c’è un omaggio con Sebeto, come ricorda Sommaripa – alla commedia dell’arte con il principe di Sansevero e Pulcinella, fino ad arrivare al dramma amoroso con la Bella ‘mbriana e al teatro in versi neomoderno e neorealista con la figura del Munaciello, andando a toccare la stand up comedy, una grande denuncia alla pubblicità e alla televisione di oggi.

Gli attori, come infaticabili equilibristi interpretativi , attraversano i vari stili, mantenendo alto il ritmo e l’intensità della narrazione, coinvolgendo a più riprese il pubblico.

Accanto a una costante ricerca musicale, abbiamo effettuato una ricerca parallela sulle drammaturgie – continua Sommaripa -. Troviamo diversi registri narrativi, per esempio quello della commedia, ma il comun denominatore è l’intenzione di mantenere il linguaggio vicino al pubblico e accessibile trasversalmente a ogni età. In molti punti lo stile si avvicina a quello del teatro di narrazione, ma l’obiettivo è sempre quello di essere vicino e di avvicinare il pubblico“.

Al centro di questa edizione regna sovrano l’amore: quello sognato, quello perduto o solo intravisto. L’amore rimpianto attraverso le cui nebbie fa capolino anche la possibilità e la speranza di trovarlo o ritrovarlo con la fantasia e l’audacia.

Quattro dei cinque brani che eseguo – racconta Federica – appartengono alla tradizione napoletana meno conosciuta e sono frutto di una mia ricerca dipanatasi durante gli anni. A questi si aggiunge un canto in greco che io eseguo a cappella. Si parte dal canto delle lavandaie, quello che si reputa essere il canto più antico della tradizione napoletana, che prima di essere inciso è stato tramandato oralmente ed è arrivato fino a noi, passando ‘da bocca a bocca’. Ha per noi un grande valore, dato che lo spettacolo parla di leggende napoletane. Poi canto Serenata maladetta, e anche questo brano è difficilmente databile e ha una paternità controversa. Si passa poi a Tarantella segreta, che è un brano di Viviani. Poi c’è Indifferenza, un brano stupendo degli anni ’20, portato alla fama da Gilda Mignonette, una cantante, cantautrice e soubrette napoletana. Come quarto brano c’è una canzone che ho scritto io e si chama I, solo I, perchè è così che in napoletano si indica il verbo andare. E’ per me davvero significativo che in questo spettacolo risuonino anche le mie parole. E’ un percorso di scoperta anche della mia identità, come Federica Ottombrino, attraverso la musica e il tempo (io nfatti la canto abbigliata con gonna e cappello, cioè come suono di solito). L’ho scritta qualche anno fa, ma è incredibile come sia aderente al mio presente e, in fondo, al desiderio di tutti noi di andare dove si desidera e di avventurarci anche in mare aperto, dove non si tocca, superando la paura e senza bisogno di troppe sicurezze“.

Nella narrazione trovano posto anche la critica sociale all’inquinamento e a una brutale aggressione violenta perpetrata ai danni del territorio; un ammonimento contro un utilizzo distorto dei social, che crea fratture tra le persone invece di permettere loro di tenersi in contatto per poi coltivare i legami umani nella realtà quotidiana. Impossibile tacere circa le falle di un modo di comunicare che spettacolarizza ogni aspetto della vita in modo maldestro, riducendo eventi, persone e sentimenti – persino quelli più puri o dolorosi – a un bieco reality show di quart’ordine.

Una temperie sociale che cuce etichette sugli esseri umani, enfatizzando sorprese taroccate e finte scoperte costruite a tavolino. In questo modo, falsa, banalizza e “sporca” ogni emozione, trasformandola in una mediocre messiscena, come accade al vampiro Vlad, che non è più un personaggio orrorifico, ma solo un uomo dolente che ha perso la sua sposa e che volge uno sguardo disgustato, ma anche rassegnato, al processo di spettacolarizzazione di tutta la sua esistenza, del proprio e dell’altrui dolore.

Gli attori reggono le trame con una comicità dal ritmo serrato e con una graffiante ironia che fa ridere e piangere insieme, lasciando, però, al pubblico tempi di respiro, momenti di pausa, di riflessione, di malinconia e di poesia.

Quest’edizione oltre a riflettere e a far riflettere sull’amore, quale tema centrale e portante, solleva il velo sul mestiere spesso non riconosciuto o misconosciuto dell’attore, sul suo ruolo sociale e sui sacrifici che ne contraddistinguono il cammino.

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